Gessetti n. 2-2026
1 marzo 2026
Ben ritrovati cari amici di Gessetti. In questo numero di marzo dedicato all’educazione affettività, troverete:
in Appello, un approfondimento dal punto di vista normativo;
all’Ora di laboratorio due attività per la scuola secondaria di primo grado
un Incontro con l’esperta per consigli su come affrontare l’educazione sessuale nella prima infanzia;
all’Ora di lettura 0-10, dei consigli di letura con albi a tema.
Vi auguriamo una buona lettura e un buon ascolto per gli amici del podcast!
Educazione all’affettività e alla sessualità a scuola: quadro normativo e responsabilità educative.
L’educazione all’affettività e alla sessualità rappresenta negli ultimi anni uno dei temi più discussi nel panorama scolastico italiano. A differenza di molti Paesi europei, in Italia non esiste una disciplina autonoma e obbligatoria dedicata a questi contenuti: il tema si colloca piuttosto all’interno di un intreccio di riferimenti normativi, indicazioni curricolari e scelte progettuali affidate all’autonomia delle singole scuole.
Eppure la questione non è marginale. Riguarda la crescita dei nostri studenti, la loro consapevolezza del corpo, delle emozioni, delle relazioni e del rispetto reciproco. E riguarda, inevitabilmente, anche il rapporto tra scuola e famiglia, tra libertà di insegnamento e diritto dei genitori a partecipare alle scelte educative.
Il quadro normativo
Nel nostro ordinamento non esiste una legge che istituisca formalmente l’educazione sessuale come materia obbligatoria. I riferimenti pertanto sono indiretti.
La Costituzione tutela la libertà di insegnamento e il diritto all’istruzione, mentre l’autonomia scolastica consente agli istituti di progettare percorsi coerenti con il proprio Piano Triennale dell’Offerta Formativa. A livello europeo e internazionale, diversi documenti promuovono la parità di genere, il contrasto alle discriminazioni e la tutela della salute, offrendo un quadro culturale entro cui si inseriscono anche i temi dell’affettività e delle relazioni.
Un passaggio importante è rappresentato dalla legge 107/2015, che ha esplicitato tra gli obiettivi della scuola la promozione delle pari opportunità, la prevenzione della violenza di genere e il contrasto agli stereotipi. Successivamente, le Linee guida sull’educazione civica hanno rafforzato l’educazione al rispetto, alle relazioni e alla cittadinanza come dimensione trasversale e obbligatoria del curricolo. Tuttavia, nessuna di queste norme istituisce un insegnamento strutturato e autonomo di educazione sessuale. Le scuole possono attivare percorsi, progetti e interventi, ma all’interno di un quadro che lascia ampio spazio alla discrezionalità.
Il confronto tra Indicazioni 2012 e Indicazioni 2025 ed il contesto europeo
Un elemento particolarmente significativo emerge dal confronto tra le Indicazioni nazionali del 2012 e le più recenti Indicazioni nazionali 2025. Nel documento del 2012 si faceva riferimento esplicito, per la scuola primaria, all’acquisizione delle prime informazioni sulla riproduzione e sulla sessualità, e per la scuola secondaria di primo grado alla comprensione dello sviluppo puberale e della sessualità. Il tema era dunque nominato in modo diretto, pur restando inserito nell’ambito scientifico e dell’educazione alla salute.
Nelle Indicazioni 2025 il linguaggio cambia. L’obiettivo indicato è quello di maturare un corretto e completo schema corporeo, riconoscere le principali differenze sessuali e di sviluppo e i segnali del proprio stato di salute. Non si parla più esplicitamente di sessualità o di riproduzione, ma di consapevolezza del corpo e di benessere.
Si tratta di un passaggio lessicale rilevante. Non viene negata la dimensione scientifica dello sviluppo, ma scompare il riferimento diretto alla sessualità come ambito di apprendimento. Questo comporta una maggiore responsabilità interpretativa per le scuole e per i docenti, chiamati a tradurre obiettivi generali in percorsi educativi concreti, senza perdere di vista i bisogni reali degli studenti.
Negli ultimi anni il tema è tornato al centro del dibattito politico con il disegno di legge sul consenso informato in ambito scolastico e il relativo emendamento approvato in Commissione Cultura nel 2025. Il provvedimento stabilisce che le attività che trattano temi legati alla sessualità, soprattutto se extracurricolari o progettuali, siano subordinate al consenso informato preventivo delle famiglie. Le scuole devono fornire informazioni dettagliate su contenuti, obiettivi e modalità, e prevedere attività alternative in caso di mancata adesione. Il dibattito che ne è seguito è stato acceso. Da un lato, si è sottolineata l’importanza del ruolo educativo delle famiglie; dall’altro, si è evidenziato il rischio di limitare strumenti fondamentali per la prevenzione della violenza di genere, delle discriminazioni e dei rischi sanitari.
Nel contesto europeo, l’Italia rientra tra i pochi Paesi in cui l’educazione sessuale e affettiva non è obbligatoria a livello nazionale. In diversi Stati europei esistono percorsi strutturati e inseriti stabilmente nei curricula, con approcci che integrano dimensione biologica, relazionale ed emotiva. Il confronto internazionale mostra che la questione non riguarda solo la presenza o meno dell’insegnamento, ma anche il modo in cui viene progettato: con quali contenuti, con quali competenze professionali, con quale equilibrio tra scuola e famiglia.
Una responsabilità educativa che non può essere elusa
Al di là delle contrapposizioni normative e politiche, resta un dato evidente: ragazze e ragazzi attraversano fasi di crescita complesse, pongono domande, cercano risposte. Spesso le trovano in contesti poco affidabili o privi di fondamento scientifico. La scuola non può sostituirsi alla famiglia, ma ha il dovere di offrire strumenti di conoscenza corretti, linguaggi adeguati all’età, spazi di confronto rispettosi. Parlare di corpo, sviluppo, differenze sessuali e salute non significa anticipare contenuti inappropriati, ma accompagnare la crescita con competenza e gradualità.
In questo percorso può risultare particolarmente utile il coinvolgimento di figure esterne qualificate — ginecologi, ostetrici, medici, psicologi, professionisti della salute — capaci di affiancare i docenti con competenze specifiche e autorevolezza scientifica, nel rispetto del quadro normativo e della collaborazione con le famiglie.
Educare all’affettività e alla sessualità significa educare alla consapevolezza, al rispetto di sé e dell’altro, alla responsabilità nelle relazioni. Una scuola che affronta questi temi con equilibrio, chiarezza e serietà non invade spazi altrui, ma contribuisce alla formazione integrale della persona.
È in questo delicato equilibrio, tra norme, autonomia e responsabilità educativa, che si gioca una delle partite più importanti e decisive della scuola di oggi e di quella che verrà.
Benedetto Nicosia - @ilnicoprof
Educare all’affettività: dialoghi tra numeri e parità di genere.
In questo numero dedicato all’educazione all’affettività voglio condividere con voi un’attività laboratoriale interdisciplinare che ho presentato lo scorso anno per il mio anno di prova. le discipline coinvolte sono state: matematica, scienze, storia, arte ed educazione civica, con l’obiettivo di sviluppare competenze matematiche e digitali, rafforzando anche la consapevolezza civica sui temi della parità di genere, in linea con il Goal 5 dell’Agenda 2030.
Il percorso si è aperto con un’introduzione ai fondamenti della statistica e alla rappresentazione statistica dei dati. Gli studenti, divisi in gruppi, hanno analizzato dati ufficiali sulla violenza di genere in Italia (dati Istat 2024). Dopo aver elaborato grafici manualmente, gli alunni sono passati all’utilizzo di Google Fogli, potenziando così anche le competenze digitali. L’attività non si è limitata alla lettura dei dati: ogni gruppo ha poi interpretato i risultati, formulato riflessioni e condiviso le proprie conclusioni in una discussione collettiva. Questa prima fase si è conclusa con un incontro con un’associazione locale che ha approfondito i temi dell’educazione all’affettività, del rispetto reciproco e della prevenzione della violenza di genere.
La seconda parte del percorso ha spostato l’attenzione sulle biografie femminili nel mondo della scienza. I gruppi hanno scelto e approfondito la storia di una scienziata a partire dai testi Ragazze coi numeri e Ragazze per l’ambiente (di Editoriale Scienza). Ogni gruppo ha poi realizzato una presentazione multimediale per raccontarne la vita, le scoperte e l’impatto sociale, mettendo in luce non solo il contributo scientifico ma anche le difficoltà affrontate in contesti storicamente segnati da disuguaglianze di genere. Grazie alla collaborazione con l’insegnante di Arte (Prof.ssa Ludovica Dinamo - @saperedinamico), ciascun alunno ha poi realizzato un’opera ispirata al cubismo dedicata alla scienziata scelta. Ogni elaborato era corredato da una didascalia esplicativa e da un QR code che rimandava alla presentazione multimediale del gruppo. Le opere sono state poi esposte in una mostra collettiva a scuola.
Emanuela Chiodo - @lascienzatraibanchi
Parlare di consenso e di parità di genere: un percorso per la classe terza della secondaria di primo grado.
Tempo fa ho raccontato su Instagram e sul mio sito di un percorso interdisciplinare dedicato al tema del consenso, avviato nella mia classe terza. Oggi lo condivido anche qui, per gli amici di Gessetti, ripercorrendo il lavoro dall’inizio alla fine, perché penso che oggi parlare di consenso a scuola (e non solo ovviamente) sia davvero necessario. Prima di iniziare le attività ho condiviso l’idea con colleghi e referente di plesso e ho informato le famiglie, spiegando che ci saremmo avvicinati gradualmente anche all’analisi di fatti di cronaca. I genitori hanno accolto la proposta, riconoscendone il valore educativo.
Il percorso è stato pensato in chiave interdisciplinare: collegato alle attività di scienze sull’apparato riproduttore, agli incontri del “Progetto Affettività” condotti dagli psicologi e al lavoro sul testo argomentativo.
Abbiamo iniziato con la lettura di “Il ragazzo del fuoco” di Enrico Racca, tratto da Racconti sotto l’ombrellone, che parla di crescita e di adolescenza, ma anche di un bacio tra un ragazzo e una ragazza. Da lì siamo partiti per definire insieme il termine “consenso”, raccogliendo le prime idee in una word cloud su mentimeter.
Successivamente abbiamo letto un capitolo di Camminare correre volare di Sabrina Rondinelli dove si può vedere un esempio in cui, invece, il consenso manca. Il confronto tra i due testi ha aperto una discussione sui comportamenti dei personaggi, sulle responsabilità e sulle emozioni in gioco.
Abbiamo poi portato il tema nella quotidianità, riflettendo su gusti personali, scelte individuali e conoscenza di sé. È emerso che il consenso riguarda anche le situazioni più semplici.
Un’attività ludica particolarmente significativa è stata quella dei “saluti a sorpresa”: in coppia, ogni studente riceveva un biglietto con un tipo di saluto non verbale (abbraccio, stretta di mano, bacio sulla guancia…) senza sapere quale avesse il compagno.
Prima di iniziare ho chiarito che nessuno era obbligato a eseguire quanto scritto: si poteva scegliere, modificare, fermarsi. La discussione finale ha fatto emergere imbarazzo, attesa, sorpresa, ma soprattutto la consapevolezza che anche un saluto richiede accordo.
In questo percorso è stato fondamentale il libro Consenso, possiamo parlarne? di Justin Hancock e Fuchsia MacAree, tradotto da Laura Fontanella. Lo consiglio vivamente: lo ritengo un punto di partenza chiaro e accessibile per ogni docente che voglia affrontare il tema del consenso in classe.
Il percorso è proseguito osservando la piramide della violenza di genere, per comprendere come certi comportamenti siano radicati in una cultura patriarcale. Ho spiegato termini come patriarcato e proposto la costruzione di un glossario condiviso su una bacheca digitale, partendo proprio dalla parola “consenso”.
Abbiamo analizzato articoli di giornale, soffermandoci sulla responsabilizzazione della vittima e sul modo in cui le donne vengono nominate (solo per nome, o identificate come “moglie di”, “madre di”…). Ho mostrato in classe la “rassegna sessista” che Michela Murgia portava avanti su instagram per riflettere su quanto il linguaggio contribuisca a costruire narrazioni distorte e/o cariche di stereotipi.
Per l’analisi giornalistica mi sono soffermata nella lettura di alcuni passi selezionati dell’articolo “Breve guida per raccontare lo stupro” di Sara Bichicchi disponibile al link: https://www.ingenere.it/articoli/breve-guida-raccontare-lo-stupro
Successivamente ho avviato anche un progetto di podcast, che però non è arrivato alla pubblicazione. Lo racconto perché fa parte del percorso: non tutte le attività si concludono come previsto, ma restano comunque occasioni preziose di apprendimento.
Ho diviso la classe in tre gruppi:
Un gruppo ha raccolto esempi concreti di consenso rispettato, anche nei gesti più semplici (come chiedere il permesso per prendere in prestito qualcosa).
Un secondo gruppo ha analizzato situazioni di mancanza di consenso nella quotidianità.
Un terzo gruppo ha lavorato su articoli di giornale relativi a gravi casi di mancanza di consenso e violenza di genere, analizzando anche il tipo di narrazione giornalistica utilizzata.
Il lavoro di ricerca, confronto e scrittura ha comunque sviluppato competenze critiche e maggiore consapevolezza. Affrontare questo tema in una classe terza è possibile, se si procede per gradi, in dialogo con le famiglie e senza banalizzare il tema.
Valentina Demuru – su Instagram @una_prof_col_trolley
Non parliamo di sesso: educazione al corpo, al consenso e alle relazioni nella prima infanzia
L’Italia è uno degli ultimi Paesi in Europa dove l’educazione sessuale non entra nelle scuole con programmi obbligatori, strutturati e basati su evidenze scientifiche. In più, con il DDL Valditara, le nostre scuole dell’infanzia e primarie rimangono completamente escluse dalla possibilità di offrire a bambini e bambine percorsi adeguati alla loro età.
I dati (OMS, 2006; Unesco, 2018) ci dicono chiaramente che un’educazione sessuale positiva e onnicomprensiva che inizia precocemente è il migliore strumento di prevenzione non solo dei rischi di scelte sessuali poco consapevoli in adolescenza (gravidanze indesiderate, malattie sessualmente trasmissibili…), ma anche dell’abuso sessuale nell’infanzia e della violenza basata sul genere in età adulta. Per questo è pericoloso e miope rimandare fino alla preadolescenza ogni discorso sulla sessualità in quello che per molte persone piccole è l’unico luogo sicuro e affidabile nella promozione del loro benessere: la scuola.
Ma, fortunatamente, anche quando i programmi strutturati mancano o vengono ostacolati, l’educazione sessuale non scompare: semplicemente, cambia forma.
Facciamo educazione sessuale ogni volta che ci prendiamo cura del corpo di una bambina o di un bambino con rispetto, spiegando ciò che stiamo per fare: “Adesso ti pulisco”, “Ora ti metto la crema”, “Ti sollevo per cambiarti”. Avvisare prima di toccare, nominare le parti del corpo con il loro nome corretto, lasciare al bambino lo spazio per esprimere il suo fastidio, sono gesti semplici ma potentissimi. Trasmettono l’idea che “il mio corpo è mio” e che merita rispetto anche quando appartiene a una persona piccola.
Facciamo educazione sessuale ogni volta che mettiamo in parola i segnali non verbali di disagio espressi col corpo. Se un bambino si ritrae da un abbraccio, possiamo aiutarlo a trovare parole per dirlo: “Non ho voglia adesso”, “Preferisco di no”. Allo stesso modo, possiamo insegnargli a chiedere: “Posso abbracciarti?” e a riconoscere i segnali di un consenso entusiasta, senza darlo per scontato.
Facciamo educazione sessuale ogni volta in cui prendiamo posizione quando un’altra persona (adulto o bambino) non rispetta i confini che il bambino esprime per sé. Ogni volta in cui prestiamo la nostra voce per dire “Non mi sembra che abbia voglia di un abbraccio ora”, “Ha detto basta solletico”, sosteniamo lo sviluppo di una comunicazione assertiva, capace di esprimere bisogni, limiti e desideri senza aggressività ma con fermezza. E le competenze relazionali sono parte integrante dell’educazione sessuale.
Anche il modo in cui parliamo di differenze corporee, di identità, di ruoli e stereotipi di genere costruisce cultura. Offrire libri, giochi e narrazioni plurali; evitare commenti svalutanti su corpi e orientamenti; intervenire quando emergono prese in giro o linguaggi discriminatori: sono azioni educative a tutti gli effetti.
Fare educazione sessuale nella prima infanzia non significa “anticipare” contenuti non adeguati all’età, ma accompagnare in modo progressivo e coerente la crescita, fornendo strumenti di consapevolezza e protezione. In assenza di cornici istituzionali solide, la responsabilità educativa ricade su ogni adulto che fa parte della comunità educante. Ciascuno, nel proprio ruolo, può contribuire a costruire contesti in cui il corpo è rispettato, il consenso pervade ogni interazione e le relazioni sono fondate sulla reciprocità. Ed è già, a tutti gli effetti, educazione sessuale.
Laura Brambilla - @laurabrambillapsico
Conosci a memoria le tabelline? Se qualcuno ti ponesse questa domanda, cosa risponderesti? E se invece ti chiedesse “Conosci i nomi delle parti del corpo, sai cos’è il consenso?” quale sarebbe la tua risposta?
La mia è una questione volutamente provocatoria per sottolineare il fatto che ai nostri bambini, cittadini di oggi e del futuro, dobbiamo fornire solide basi di educazione affettiva tanto quanto quelle matematiche, linguistiche, storico-geografiche, scientifiche, ecc. Non è più possibile ad oggi pensare all’educazione come pratica che non considera l’educazione all’affettività. E per farlo, a partire dall’infanzia, non servono grandi laboratori, paroloni, pratiche innovative straordinarie. Basta chiamare le parti del corpo con il nome corretto, insegnare a rispettare il proprio corpo e quello degli altri, raccontare con le parole e con l’esempio come si possa dire “No!” quando qualcosa non ci fa sentire bene, abbattere gli stereotipi di genere. Per fortuna quando non troviamo le parole giuste abbiamo dei validi e preziosissimi alleati: gli albi illustrati.
A lezione di consenso
“Il tuo corpo è tuo”, di Lucìa Serrano, editore NubeOcho
“Il tuo corpo è tuo. Né un adulto né un altro bambino devono darti un bacio o un abbraccio se tu non vuoi. Se dici di no gli altri devono ascoltarti.” Parole semplici, ma potenti, quelle che utilizza l’autrice. Tocca il tema del consenso con delicatezza e chiarezza: il nostro corpo appartiene solo a noi; possiamo conoscerlo e dare il giusto nome alle sue parti, ma scegliere di mostrarlo solo a chi desideriamo.
“La nudità che male fa?”, di Guia Risari e Rosie Haine, editore Settenove
La nudità non fa alcun male, proprio come dice il titolo. Bensì ci aiuta a conoscerci. Questo albo prende a calci il tabù riguardo alla nudità del corpo con simpatia. Fornendo finalmente ai bambini gli strumenti per capire che “patatina” e “pisellino” sono nomi di fantasia, per giocare e ironizzare su di essi ed imparare a chiamare le parti del corpo con i nomi adeguati, quelli della realtà.
“Lina l’esploratrice” di Katharina Hotter, Lisa Charlotte Sonnberger, Flo Staffelmayr, Anna Horak e “Bruno l’astronauta”, di Sabine Ziegelwanger, Flo Staffelmayr, editore Settenove
Per addentrarci di più negli aspetti anatomici del corpo con i bambini possiamo proporre la lettura di “Lina l’esploratrice e “Bruno esploratore” dedicati proprio a fornirci quelle parole che spesso ci escono difficili o non riusciamo a trovare.
Esistono davvero cose da maschi e cose da femmine?
“Cose da maschi o cose da femmine?”, di Clémentine Du Pontavice, editore Superbaba
“Così come sono” di Hélène Druvert, editore Franco Cosimo Panini
Esistono davvero cose da maschi e cose da femmine? E se così fosse, chi lo stabilirebbe? Per fortuna questi due albi meravigliosi ci invitano a riflettere sul fatto che non è così, che ognuno di noi può avere interessi hobby passioni e idee differenti. E che queste non corrispondono al genere a cui sentiamo di appartenere. “Femmina o maschio, ho il diritto di sognare di principesse o di castelli, di battaglie o di cavalieri, ma anche di unicorni o di fate.”
L’emozione non ha genere
“Piccole pesti”, di Manuela Olten, editore Giralangolo
“Vietato piangere”, di Jonty Howley, editore Giralangolo
Per poterci raccontare di come siamo sin da piccini servono testi seri, ma anche e soprattutto, testi divertenti che mettono alla gogna i luoghi comuni senza per forza dire al lettore che il rosa non è un colore “da femmina” oppure che “i maschi non devono piangere”. Ci sono albi che sanno raccontare storie esilaranti che lasciano il segno senza dire troppo e coinvolgendo il lettore fino all’ultima pagina ed altri che commuovono per la loro delicatezza. Il primo è “Piccole pesti”, la storia simpatica di due bambini convinti che le femmine siano “noiose e fifone”. Nel secondo invece, per il protagonista è difficile lasciarsi andare alla tristezza del primo giorno di scuola perché suo padre gli ricorda che i maschi “non piangono”. Le storie di questi personaggi ribaltano tali convinzioni facendo riflettere il lettore su quanto emozioni come paura e tristezza siano parte di tutti noi.
Ora hai uno starter pack per poter parlare con bambini e ragazzi di corpo, consenso, generi, emozioni trovando parole adatte all’occasione. Buona lettura!
Francesca Scileppi su instagram effedimaestra
Abbiamo pensato al nome Gessetti perché ci è sembrato l'oggetto più adatto a rappresentare i molteplici colori che compongono la realtà della scuola. La scuola che ci piace è infatti variopinta come la vita. Anzi, a scuola c'è vita: ci sono soffitti di domande, risate e anche sogni. Ci sono pareti tappezzate di confronto, incontri e, a volte, delusioni. Ci sono lavagne di cose nuove da imparare e di abitudini da reinventare.
Ci accomuna l'amore per la scuola come luogo di scoperta e di apprendimento, di crescita e di civiltà per tutti.
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