Gessetti n. 7-2025
1 novembre 2025
Ben ritrovati cari amici di Gessetti. In questo numero di novembre troverete:
in Appello, una riflessione sul benessere psicofisico a scuola e sull’importanza di costruire un clima sereno e collaborativo;
all’ora di laboratorio (questa volta per docenti!), alcune proposte per prendersi cura di sé come insegnanti attraverso la riflessione e l’autovalutazione;
all’ora di empatia (novità a partire da questo numero!): un racconto personale sul valore della cura di sé per ritrovare equilibrio e serenità.
Vi auguriamo una buona lettura e un buon ascolto per gli amici del podcast!
Il benessere psicofisico a scuola
Lo scorso 10 ottobre si è celebrata la Giornata mondiale della salute mentale, un’occasione che invita anche chi vive la scuola a riflettere sul proprio benessere psicologico e fisico.
Come stiamo davvero nelle nostre scuole? E quanto il sistema educativo italiano si prende cura della salute di chi insegna, di chi apprende e di chi lavora ogni giorno dietro le quinte?
Per molto tempo il benessere dei docenti è stato un tema marginale. L’insegnamento era visto come un lavoro stabile e “protetto”, e si parlava poco della fatica emotiva e relazionale che lo accompagna. Inoltre nel corso degli anni questa professione si è modificata ampiamente: sono aumentati gli adempimenti burocratici, le scadenze, i progetti e gli impegni extracurricolari. Oggi la consapevolezza è cambiata: termini come stress lavoro-correlato e burnout fanno parte del linguaggio comune, e molte scuole hanno attivato sportelli di ascolto o percorsi formativi sulla gestione dello stress e del clima di classe. Tuttavia, queste esperienze restano sporadiche e legate a progetti temporanei.
In altri Paesi europei il quadro è diverso: in Finlandia, Svezia e Danimarca l’orario di lavoro dei docenti include ore dedicate al confronto e alla riflessione pedagogica, mentre in Francia e Germania esistono servizi psicologici regionali per il personale scolastico.
In Italia, il benessere dei docenti è ancora affidato alla buona volontà delle singole scuole, anche se si moltiplicano esperienze innovative come corsi di mindfulness, laboratori di cura della voce e del corpo, o percorsi sulle life skills. All’interno di alcune scuole è presente uno psicologo scolastico, ma in genere solo per alcune ore al mese; spesso i docenti rinunciano a prenotare gli incontri per non sottrarre tempo prezioso agli studenti.
Anche per studenti e famiglie il concetto di “stare bene a scuola” è cambiato. Un tempo significava rispettare le regole e ottenere buoni risultati; oggi si riconosce che la serenità emotiva e la qualità delle relazioni sono condizioni essenziali per imparare. Dopo la pandemia, la scuola italiana ha riscoperto l’importanza della prevenzione del disagio e dell’educazione socio–emotiva: sportelli d’ascolto, progetti di mindfulness, educazione all’aperto, gestione dell’ansia e dell’uso del digitale. Le famiglie più consapevoli chiedono una scuola capace di accogliere, non solo di valutare.
In altri Paesi, come la Finlandia o la Scozia, il benessere degli studenti è monitorato a livello nazionale e fa parte delle politiche educative ordinarie. In Danimarca è presente persino un “tempo di classe”, spesso definito ora di empatia, durante il quale si insegna, tra le altre cose, l’ascolto attivo e il rispetto delle opinioni altrui per un buon clima di classe. In Italia mancano ancora strumenti sistematici, ma le esperienze locali mostrano che quando la cura entra nella quotidianità scolastica, il clima e la motivazione migliorano. In Calabria è stato avviato il progetto pilota “Discutiamone insieme – Lo psicologo a scuola”, che dal 2025-2026 introdurrà in modo stabile la figura dello psicologo in tutte le scuole medie e superiori. Il programma coinvolgerà 285 istituti e 2.900 classi. Si tratta del primo intervento strutturale in Italia volto a rendere permanente il supporto psicologico scolastico.
Anche il personale ATA e i dirigenti iniziano a essere coinvolti in percorsi di formazione e supporto. Per anni sono rimasti ai margini del discorso sul benessere, ma oggi cresce la consapevolezza che la salute organizzativa riguarda l’intera comunità scolastica. In diversi Paesi europei esistono figure dedicate alla qualità del clima lavorativo e al coordinamento del benessere del personale; in Italia, esperienze simili stanno nascendo in reti di scuole più grandi.
La scuola italiana si trova dunque in una fase di transizione. La sensibilità è aumentata, ma manca ancora una visione stabile e condivisa. In altri sistemi europei, la cura della salute mentale e fisica è parte integrante della professionalità educativa, sostenuta da formazione continua e strumenti di monitoraggio. Qui, invece, il benessere resta spesso un progetto, non ancora una struttura.
Eppure, il suo valore è evidente: una scuola in cui si sta bene è una scuola che cresce meglio, perché mette al centro le persone prima dei risultati.
Ed è proprio nelle relazioni quotidiane che questo benessere prende forma, giorno dopo giorno.
Tra i corridoi rumorosi e le aule piene di voci, risate e alunni che fanno intervallo, ogni giorno si incrociano docenti che, a volte, sono semplicemente colleghi… ma spesso molto di più.
Dietro a un “ciao” scambiato al volo durante il cambio dell’ora o a una battuta sussurrata in ricreazione si nasconde un mondo di comprensione, empatia e sostegno reciproco che solo chi vive quotidianamente la scuola può davvero capire.
Insegnare coinvolge la mente e il cuore. Ci sono giornate leggere e altre in cui tutto sembra più pesante: una classe difficile, una riunione estenuante, un momento di fatica che magari non ha nulla a che vedere con la scuola ma che inevitabilmente ci accompagna tra i banchi. È proprio in questi momenti che il sostegno dei colleghi fa la differenza.
A volte basta un gesto semplice: un collega che si accorge che sei più silenzioso del solito e ti chiede con sincerità “tutto bene?”; qualcuno che durante la pausa caffè ti ascolta davvero; o una breve chiacchierata in sala insegnanti che ti fa sentire meno solo.
Questi piccoli scambi quotidiani creano un tessuto umano fatto di fiducia e solidarietà. I colleghi diventano una rete di auto-aiuto, un sostegno invisibile ma fondamentale per la salute mentale e il benessere di chi insegna. Non servono grandi discorsi o progetti strutturati: basta la consapevolezza che, dietro ogni porta di un’aula, c’è qualcuno che sa cosa significa esserci, ogni giorno, con impegno e pazienza.
Prendersi cura gli uni degli altri è, in fondo, un modo per prendersi cura anche dei propri studenti e dell’ambiente in cui si vive. Perché una scuola in cui i docenti stanno bene è una scuola che funziona meglio.
Valentina Demuru e Benedetto Nicosia
su instagram @una_prof_col_trolley e @ilnicoprof
“The more reflective we are, the more effective we are.”
Più ci prendiamo del tempo per riflettere, più siamo efficaci (non solo come insegnanti, aggiungerei io). Per questo chi lavora a scuola è avvantaggiato: ha due “Capodanni”, due inizi in corrispondenza dei quali dare uno sguardo al percorso fatto e riflettere sugli obiettivi da raggiungere. Ma lo sappiamo benissimo come funziona con i buoni propositi: dopo un mese la nostra vita frenetica ne ha già sfrondati un paio e guardiamo con un misto di senso di colpa e rassegnazione quelli che restano. Altre volte, ci dimentichiamo proprio di quella lista e andiamo avanti con il pilota automatico, per sopravvivere a tutte le incombenze, rifugiandoci nella sicurezza di azioni e processi che ben conosciamo e non ci costano troppa energia.
Ci sembra inoltre di non aver tempo da dedicare al riflettere sul nostro essere insegnante, sul nostro agire didattico: il mondo della scuola ci chiama e ci tira la giacca con insistenza con le varie scadenze e incombenze… Proseguire così però non è sostenibile, dobbiamo rallentare, creare e tutelare dei momenti per rigenerarci, per ricaricare le energie, per prenderci cura di noi. Ecco perché nelle mie formazioni sul WRW (Writing and Reading Workshop) propongo sempre alcune attività di metariflessione, di esplicitazione dei propri credo, di monitoraggio… E chiedo sempre di ritornarci, in modo routinario, a cadenza regolare, per fare un check su come stiamo, quale strada abbiamo percorso, dove stiamo andando.
Se vi va, oggi o domani (o aprite l’agenda e scegliete voi quando, ma segnatelo, come se fosse un appuntamento di lavoro cui non mancare) recuperate un taccuino, una penna e mettetevi comode/i: vi suggerirò tre spunti di riflessione, per prenderci cura di noi come insegnanti.
3,2,1…ponte (adattamento da Making Thinking Visible 2011)
3 parole per descrivermi come insegnante
2 episodi significativi rispetto al mio essere insegnante
1 metafora/similitudine sul mio essere insegnante/vivere la scuola
Mettete un post it su questa annotazione e ritornateci, ripetendo l’attività fra qualche mese, per poter “costruire il ponte” tra come eravate e come siete, segnare su carta i vostri pensieri sul possibile o mancato cambiamento.
La mia bussola (adattamento da Making Thinking Visible 2011)
Disegnate una bussola e in corrispondenza dei punti cardinali appuntate le vostre Necessità (di cosa sentite di aver bisogno per vivere serenamente la scuola, per aumentare la vostra efficacia), ciò che vi Entusiasma, ciò che volete raggiungere come Step successivi (....) e infine le Ombre (quali difficoltà/ostacoli percepite).
Cosa è emerso? Cosa vi colpisce? Anche per questa proposta, tornateci fra qualche mese e valutate eventuali variazioni.
Passiamo ora a qualcosa di più specifico rispetto all’agire didattico…
Azioni e processi sotto la lente d’ingrandimento
Create una tabella a T, piegando a metà il foglio o tracciando una linea verticale nel mezzo.
Nella prima colonna, sotto al titolo “Chi è espert* in [disciplina]”, appuntate tutti i processi mentali e le azioni che vengono messe in atto da chi è espert* nella disciplina che insegnate, da chi fa quello per mestiere. Sottolineate o evidenziate quelle nelle quali ,a vostro avviso, c’è un maggior investimento di tempo.
Nella colonna di destra, sotto al titolo “Nella mia classe”, appuntate invece tutte le azioni che chiedete di compiere alle vostre studentesse e i vostri studenti. Sottolineate o evidenziate quelle che richiedono loro più tempo.
Nello spazio sottostante potete appuntare le riflessioni date da questo confronto: quanto sono simili? In cosa differiscono? Come potrei modificare alcuni aspetti della mia proposta didattica per supportare la pratica (guidata e poi autonoma) di processi significativi per la disciplina che insegno?
Come è andata? Quale attività avete trovato più stimolante? Quale invece avete sentito come più lontana e difficile? Siete riuscit/e a mantenere il focus per tutto il tempo? Quali emozioni avete provato durante e dopo la scrittura? Sì, vi sto proponendo la riflessione sulla metariflessione ;) ormai è diventata un’abitudine e spero lo diventi presto anche per voi!
Vi invito a riprendere in mano fra qualche tempo queste annotazioni, osservare i cambiamenti, riconoscere ciò che funziona e ciò che fatica ad andare: tutto questo alimenta il nostro essere insegnanti riflessivi, capaci di rinnovarsi restando fedeli ai nostri valori educativi.
Alice Cabrelle su instagram @alice_cabrelle
Bibliografia
Pete Hall & Alisa Simeral, Creating a culture of reflective practice: Building capacity for schoolwide success. ASCD, 2017
Rithcart, Church, Morrison, Making Thinking Visible: How to Promote Engagement, Understanding, and Independence for All Learners, Jossey Bass 2011
L’ora di empatia: Prendersi cura di sé.
Qualche anno fa ho aperto il mio profilo Instagram come docente.
All’inizio ho parlato del mio piccolo trolley pieno di libri: lo portavo sempre con me a scuola per evitare il peso dello zaino e allo stesso tempo per sentirmi più sicura, quasi fosse una protezione. Oggi quel trolley non lo porto quasi più con me a scuola, se non in rari casi. Per me rappresenta un cambiamento: ho capito che la sicurezza non può stare soltanto nelle pagine dei libri.
Da circa un anno e mezzo sto affrontando un percorso psicologico personale.
Mi sono resa conto di quanto sia importante stare bene davvero, e così ho deciso di smetterla di trascurare me stessa.
A volte ci identifichiamo talmente tanto con il nostro lavoro da dimenticare chi siamo al di fuori di quel ruolo. Ci diciamo che non c’è tempo per noi, e intanto la stanchezza cresce, l’energia cala, e iniziamo a sentire i sintomi di un burnout che ci toglie lucidità e serenità. Oppure, com’è accaduto a me, si pensa di stare bene perché, accumulando esperienza, non ci si sente più al limite, come nel burnout, come all’inizio del percorso, senza strumenti, senza una vera preparazione sul campo.
Riconoscere di aver bisogno di una mano non significa arrendersi, tutt’altro!
È il primo passo per ricominciare a prenderci cura di noi stessi.
E quando lo facciamo, inevitabilmente stiamo meglio anche con gli altri: con la nostra famiglia, con gli amici, a lavoro, con i nostri alunni.
In classe, ad esempio, riuscire a comunicare con calma e lucidità fa la differenza. Ma per farlo bisogna avere la mente libera, non appesantita. E questo è possibile solo se ci concediamo spazio, tempo e attenzione.
Il mio trolley oggi non è più solo pieno di libri: ci metto dentro esperienze, viaggi, momenti a contatto con la natura, letture per piacere personale. E soprattutto ci metto la consapevolezza che per insegnare — e per vivere — devo partire da me.
Non c’è un tempo “giusto” per fare questo passo.
C’è solo quel momento in cui ci accorgiamo che è necessario.
Valentina Demuru su instagram @una_prof_col_trolley
Abbiamo pensato al nome Gessetti perché ci è sembrato l'oggetto più adatto a rappresentare i molteplici colori che compongono la realtà della scuola. La scuola che ci piace è infatti variopinta come la vita. Anzi, a scuola c'è vita: ci sono soffitti di domande, risate e anche sogni. Ci sono pareti tappezzate di confronto, incontri e, a volte, delusioni. Ci sono lavagne di cose nuove da imparare e di abitudini da reinventare.
Ci accomuna l'amore per la scuola come luogo di scoperta e di apprendimento, di crescita e di civiltà per tutti.
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Grazie per questa profonda riflessione sul nostro agire da Insegnanti ma prima di tutto sul nostro essere Persone che necessitano di una spazio di cura. Trovare del tempo per sé stessi, per nutrire la propria mente e il proprio cuore. Esserci per sé per esserci per gli altri...con amore, con pazienza, con consapevolezza.
Grazie per l’approfondimento attuale e accurato sull’importanza del benessere psicologico a scuola. Confermo dal mio osservatorio (di psicologa scolastica) che le azioni di ascolto, cura, supporto ai docenti sono fondamentali per costruire, a cascata, un ambiente più sereno e accogliente, favorente l’apprendimento e l’adesione alle regole, per i propri studenti.